Milano Design Week 2026: altre voci dai partner

Sei brand non bastano a raccontare un’edizione come quella di quest’anno. Le scelte di Porro, Midj, Talenti, Lago, Modulnova e Novamobili sono già state messe in fila in un primo articolo, ma la Milano Design Week 2026 chiede un secondo passaggio. Tra i partner di Gandini LAB, altri cinque nomi hanno scelto strade diverse e meritano un capitolo a parte: Davide Groppi, Bonaldo, Desalto, Désirée e Glas Italia.

 

Cambiano i protagonisti, restano i fili rossi dell’edizione: materia, luce, continuità tra dentro e fuori, sistemi che si comportano come architetture invece che come arredi. Cinque modi diversi di muoversi sulla stessa mappa.

Davide Groppi: due anteprime, una mostra antologica

Le aziende dell’illuminazione, in attesa del ritorno di Euroluce nel 2027, hanno scelto la città. Per la Design Week 2026 il marchio di Piacenza ha presidiato lo Spazio Davide Groppi di Manzoni 38 a Milano, e la grande mostra antologica Davide Groppi. Un’ora di luce, ospitata da Volumnia, negli spazi della chiesa sconsacrata di Sant’Agostino a Piacenza.

Da lì sono arrivate le due anteprime 2026 del brand.

La prima è VERA, lampada da tavolo a luce diffusa. Una base cilindrica in alluminio sostiene un cono trasparente in vetro borosilicato. Al centro, una lampadina che, accesa, sembra un ologramma sospeso nel vuoto. Spenta, scompare. 

La seconda è UMASI, paralume geometrico in carta che scorre lungo un cavo: si alza e si abbassa stando seduti in poltrona. Disponibile come lampada da terra e a sospensione.

Sono due oggetti diversi, ma raccontano lo stesso modo di lavorare. La lampada non è il punto d’arrivo: è uno strumento, un dispositivo di percezione, un gesto sullo spazio. 

Bonaldo: novant'anni come architettura, non come anniversario

Bonaldo compie novant’anni e sceglie di non celebrarli con una retrospettiva. Lo stand al Salone 2026, intitolato Architecture of Objects e curato da Massimo Castagna, si presenta come un paesaggio tridimensionale in cui i pezzi vivono dentro proporzioni studiate: volumi, distanze, soglie.

Le novità sono diverse. Quattro meritano di essere segnalate.

  • Grant, divano modulare che si sviluppa attraverso una sequenza di curve ampie e continue. Moduli semicircolari e a semiarco, penisole e pouf si combinano tra loro:
  • Oshi, tavolo in cui i materiali sono i veri protagonisti. Il legno massello definisce gambe e bordo perimetrale, mentre il top può essere completato in ceramica o cristallo. 
  • Holden, letto costruito sull’incontro fra due elementi essenziali: una testiera dalle dimensioni importanti e un giroletto basso e compatto che ne definisce il profilo. 

Desalto: il metallo, e adesso anche il legno

Desalto continua a muoversi sotto il claim Metal is our Nature, ma al Salone 2026 l’allestimento — costruito per sottrazioni e trasparenze, con griglie metalliche usate come quinte leggere — racconta un passaggio interessante. Il metallo resta identità, ma la collezione si apre.

La novità più rilevante riguarda il tavolo Clay di Marc Krusin, uno dei progetti più riconoscibili del brand. La silhouette resta quella già vista ma le finiture si arricchiscono di tre essenze: frassino naturale, frassino carbone ed eucalipto. La purezza formale del progetto, fin qui letta soprattutto in chiave minerale (il cemento ghiaccio, il marmo), trova ora una dimensione più tattile e calda.

Tra gli altri segnali da stand: i divani Unlimited rivestiti in un blu profondo, montati con angoli di 45 gradi a definire un’area d’incontro all’ingresso, e una rilettura della classica sedia chiavarina in chiave contemporanea.

Désirée: l'outdoor entra (anche) dal Veneto

Era già successo con Lago e Talenti, è uno dei temi più chiari di quest’edizione: i brand della zona giorno italiana stanno ripensando l’esterno con la stessa cura dell’interno. Désirée si inserisce nel discorso con Karin Outdoor, evoluzione di una collezione iconica firmata da Setsu & Shinobu Ito.

Il progetto mantiene il linguaggio della versione indoor — linee morbide, schienale intrecciato, leggerezza visiva — e lo traduce in materiali pensati per stare fuori.

Non un catalogo outdoor a parte, ma una collezione che si comporta come la sua sorella per interni: stesso gesto, stesso intreccio, stessa proporzione. Per chi sta progettando una casa con un giardino, una loggia o un terrazzo, è una possibilità in più di tenere insieme dentro e fuori sotto la stessa grammatica.

Glas Italia: il vetro come architettura, e per la prima volta come luce

Glas Italia arriva al Salone 2026 con la collezione più ambiziosa degli ultimi anni: firme di Piero Lissoni, Philippe Starck, Patricia Urquiola e Hlynur Atlason. 

Akur, di Hlynur Atlason. Quattro tavoli in vetro — un tavolo da pranzo, una consolle, un tavolino da salotto, un tavolino di servizio — con forma organica che sfida la logica rettilinea del materiale. Il nome, in islandese, significa “campo”: l’idea è nata guardando i campi coltivati dall’alto, dove le geometrie si incontrano con angoli inattesi.

Private Walls, di Philippe Starck. Un sistema di nicchie domestiche costruito con pannelli in vetro che delimitano senza chiudere. Architettura più che mobile: ritaglia spazi personali dentro lo spazio, e tra questi inserisce una toeletta per il trucco con specchio illuminato.

E poi, per la prima volta nella storia di Glas Italia, una collezione di lampade. A latere, l’installazione Behind the Windows di Piero Lissoni, pensata per le vetrine del primo flagship store milanese del brand, che aprirà nei prossimi mesi.

Dal Salone alla casa, passando da Via Garibaldi

Cinque brand, cinque modi diversi di interpretare lo stesso momento. Davide Groppi sceglie la città e una mostra antologica, presentando due anteprime in una chiesa sconsacrata invece che in fiera. Bonaldo celebra i novant’anni costruendo un’architettura, non vendendo memorabilia. Desalto fa entrare il legno dentro un’iconografia che era diventata metallica per definizione. Désirée porta fuori una collezione senza tradirne il linguaggio. Glas Italia apre per la prima volta al mondo della luce.

Se torniamo alle parole del primo articolo — materia, luce, continuità tra dentro e fuori, sistemi che si adattano invece di imporsi — i conti tornano. Il Salone, e con esso il Fuorisalone, non è una vetrina di novità. È un terreno su cui leggere dove si stanno spostando le decisioni di progetto. Quelle che, qualche mese dopo, arrivano nello showroom sotto forma di un campione da confrontare con una pianta, di una seduta da provare, di una lampada da accendere prima di scegliere.

Per chi sta lavorando a un progetto d’interni a Ferrara o nei dintorni, è da qui che ricominciamo: dai materiali in mano, dalle proporzioni provate sul posto, dalle luci accese al pomeriggio per capire come una stanza cambia. Dal Salone alla casa, passando da Via Garibaldi a Ferrara.